Falstaff

di Giuseppe Verdi

“FALSTAFF DI GIUSEPPE VERDI PRIMO PALCOSCENICO”

Regia di Simone Toni

ORCHESTRA E CORO DEI CONSERVATORI CESENA, FERRARA E PESARO

Collaborazione tra i Conservatori “B. Maderna” di Cesena, “G. Rossini” di Pesaro e “G. Frescobaldi” di Ferrara, insieme all’Accademia di Belle Arti di Bologna (con la sede distaccata di Cesena per la scenografia).

Scheda artistica

FALSTAFF: Paolo Coni, Paoli Drigo
FORD: Andrea Tabili, Kato Fumiyuki
FENTON: Enrico Giovanoli
CAJUS: Viktor Mickovski
BARDOLFO: Luca Narcisi
PISTOLA: Massimo Rotundo
ALICE: Maria G. Michelini, Ala Ganciu
NANNETTA: Yao Bo Hui, Federica Livi
MEG: Serena Dominici
QUICKLY: Gloria Petrini

Maestro concertatore e direttore Manlio Benzi

Maestri del Coro Gianfranco Placci, Aldo Cicconofri, Paola Urbinati

Assistente alla Direzione Jacopo Rivani

Maestri Collaboratori Timuna Giguashvili, Sang Young Jeon, Ryo Terkina

Scene LIVIO SAVINI

Costumi Collettivo di costume

Luci Fiammetta Baldiserri

Assistenti alla regia Riccardo Canali, Roberta Cocchi

Realizzazione Costumi IPSIA U. COMANDINI

REALIZZAZIONE SCENE
P.Filosa
C. Guadagnini
E. Orlandi
S. Rinaldi
L. Savini
L. Zhang
M.Zhang
L. Martorana
G. Perilli
N. Piccorossi
E. Silvestri
L. Sitti
V. Truttero

Fotografie di Grazia Perilli
Per gentile concessione di Livio Savini

Note di regia

Un Gioco di Specchi tra Epoche

Per la mia produzione di “Falstaff”, ho cercato di andare oltre la semplice messa in scena di un’opera verdiana, mirando a creare un’esperienza che dialogasse con lo spettatore attraverso il tempo. La visione alla base di questa regia è stata quella di stabilire un ponte ideale tra epoche diverse, esplorando come la natura umana, con le sue debolezze e le sue irresistibili pulsioni, rimanga immutata pur cambiando lo sfondo sociale.

Il Passaggio Cinematografico: Da Welles agli Anni ’50

Ho voluto che il sipario si aprisse su un passaggio cinematografico/reale, un’immersione che richiamasse immediatamente l’atmosfera degli anni britannici immortalati nel capolavoro di Orson Welles, “Chimes at Midnight” (Campanadas a medianoche) del 1965. Quella pellicola è per me un riferimento imprescindibile, non solo per la sua celebre interpretazione di Falstaff, ma per la profondità con cui Welles stesso, che la considerava il suo lavoro più significativo, ne ha saputo cogliere le sfumature: la comicità, sì, ma anche la sottile malinconia, la solitudine e la caduta in disgrazia di un personaggio così grandioso. Questo incipit, dunque, intende stabilire fin da subito un legame con una visione più complessa e stratificata del nostro Sir John.

Con la chiusura del primo quadro, ho operato un netto sbalzo temporale. Ci siamo catapultati direttamente negli anni ’50 e ’60, l’epoca che in Italia e in Occidente simboleggia l’avvento della “società del benessere”. Questa transizione non è stata casuale, ma voluta per creare un contrasto affascinante e pungente con la figura di Falstaff. La sua natura “paradossale e teatrale”, il suo incessante ricorso a “stratagemmi” per cavarsela e affermare la sua “verità”, si scontra ora con un contesto sociale profondamente mutato: un’Italia che corre verso il boom economico, il consumismo, e un’apparente modernità, ma che al contempo è ancora legata a certi valori, convenzioni e aspettative borghesi.

La Rilevanza Contemporanea del Personaggio

Questa scelta scenografica ha avuto un duplice obiettivo: da un lato, accentuare l’aspetto grottesco, e in un certo senso anacronistico, del personaggio di Falstaff, quasi un relitto di un tempo andato in una società che si proietta nel futuro. Dall’altro, e forse più importante, evidenziare come certi archetipi umani siano eterni. Falstaff, con la sua vanità, la sua fame di vita, la sua capacità di autoinganno e la sua inarrestabile vis comica, si adatta e si rivela in tutta la sua potenza in contesti così diversi, dimostrando la sua intramontabile attualità.

La mia interpretazione, quindi, non si limita a rispettare lo spirito shakespeariano e verdiano dell’inganno e della beffa, ma lo contestualizza in un’epoca moderna, permettendo al pubblico di oggi di riflettere sulla rilevanza di temi universali come l’ipocrisia, la vanità, il desiderio e, in fondo, una certa saggezza che nasce dalla capacità di riderci su. Questo viaggio temporale, dal cupo splendore shakespeariano alla spensieratezza (apparente) del dopoguerra, enfatizza l’universalità del messaggio finale di Verdi: la vita è un grande palcoscenico dove tutti, in un modo o nell’altro, recitiamo la nostra parte, e alla fine, con un sorriso e un tocco di genio, “tutto nel mondo è burla”.

Contesto storico

“Falstaff”: L’Ultimo Capolavoro di un Genio

“Falstaff” è l’ultima opera lirica di Giuseppe Verdi, un capolavoro che segna il culmine della sua carriera e, allo stesso tempo, un sorprendente addio alle scene musicali. Composta tra il 1889 e il 1892, e presentata per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano il 9 febbraio 1893, quest’opera rappresenta un unicum nella produzione verdiana. Dopo una serie di drammi intensi e spesso tragici, Verdi, all’età di quasi ottant’anni, scelse di dedicarsi a un’opera comica, dimostrando una vitalità creativa e una freschezza compositiva inaspettate.

Il Contesto Storico e Culturale

La fine dell’Ottocento in Italia è un periodo di grandi cambiamenti. L’unità d’Italia è ormai una realtà consolidata, ma il paese affronta nuove sfide sociali, economiche e culturali. In campo musicale, il melodramma italiano è ancora dominante, ma si stanno affermando nuove tendenze provenienti dall’Europa, come il verismo e le influenze del simbolismo. Verdi, pur rimanendo fedele alla tradizione operistica italiana, dimostra in “Falstaff” una sorprendente capacità di rinnovamento e di integrazione di elementi moderni.

La Genesi dell’Opera: Da Shakespeare alla Musica

L’idea di un’opera comica basata su Shakespeare non era nuova per Verdi, che già in passato aveva pensato a “Re Lear”. Per “Falstaff”, Verdi si ispirò principalmente a Le allegre comari di Windsor e ad alcune scene dell’Enrico IV (parti I e II), concentrandosi sulla figura del voluminoso cavaliere Sir John Falstaff. Il libretto, opera di Arrigo Boito, fu fondamentale per il successo dell’opera. Boito, già collaboratore di Verdi per “Otello”, riuscì a creare un testo brillante, ricco di giochi di parole, situazioni comiche e un’umanità profonda, che seppe ispirare Verdi a una delle sue partiture più innovative.

La scelta di Falstaff come protagonista è significativa. Il personaggio shakespeariano è una figura complessa: un edonista, un millantatore, un uomo che vive al di là delle convenzioni sociali, ma anche un personaggio con una sua filosofia di vita e una profonda malinconia. Verdi e Boito riescono a cogliere tutte queste sfumature, creando un’opera che è una celebrazione della vita, dell’inganno e della saggezza che deriva dall’accettazione della propria natura.

L’Innovazione Musicale e Drammaturgica

“Falstaff” si distingue dalle opere precedenti di Verdi per la sua struttura musicale e drammaturgica. L’opera è un flusso continuo di musica, senza le tradizionali arie e cori staccati. Verdi adotta un linguaggio musicale più agile e dinamico, con un’orchestra che partecipa attivamente all’azione scenica, commentando e sottolineando le situazioni comiche. La polifonia vocale è utilizzata in modo magistrale, creando ensemble di grande complessità e brillantezza.

Il finale dell’opera, con la fuga finale “Tutto nel mondo è burla”, è emblematico di questa innovazione. È un’affermazione giocosa e profonda sulla natura effimera della vita e sulla saggezza di non prendere nulla troppo sul serio, un messaggio che ben si addice a un compositore che, dopo una vita di successi e drammi, trova nella commedia un’ultima, sublime espressione artistica.

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