23/02/2025

Teatro Stabile, l’arte al di là del torto e della ragione

Silvana La Porta
1 febbraio 2025

Indaga uno dei temi più spinosi di tutti i tempi lo spettacolo andato in scena alla Sala Verga da venerdì 24 gennaio a domenica 2 febbraio, “A torto o a ragione” di Ronald Harwood, una nuova produzione del Teatro Stabile di Catania insieme al Teatro di Roma / Teatro Nazionale e al Teatro Vittorio Emanuele di Messina,  nella traduzione di Alessandra Serra per la regia di Giovanni Anfuso: il complesso rapporto tra artisti e potere.

Lo spettacolo, molto atteso per il cast di tutto rispetto che lo animava, con protagonisti sulla scena Stefano Santospago, Simone Toni, Giampiero Cicciò, Liliana Randi, Luigi Nicotra e Roberta Catanese, non ha deluso le aspettative, mettendo in scena icasticamente grazie a una sorvegliata regia la storia di uno dei più famosi direttori d’orchestra di tuti i tempi: Wilhelm Furtwangler (1886-1954), arrivato al culmine del successo proprio nel momento in cui Adolf Hitler prendeva il potere in Germania.

Andare in esilio o rimanere in patria? Questo lo spinoso interrogativo che si pose al grande direttore, che, piuttosto che andare in esilio, come molti dei suoi colleghi,  scelse di continuare a dirigere nella Germania nazista e per questo alla fine della guerra, fu accusato di connivenza con il regime nazista. Il testo di Harwood si muove proprio in un difficile equilibrio tra il torto e la ragione, mai separabili nettamente, squadernando in scena, grazie alle evocative scene di Andrea Taddei e agli azzeccati costumi di Isabella Rizza,  apertamente tale dialettica, con la maestosa interpretazione di Simone Toni nella parte del maggiore Steve Arnold, conduttore dell’inchiesta, che si svolge nel 1946 a Berlino, nella zona occupata dagli americani. Toni incarna con grande acutezza interpretativa un personaggio monolitico e rabbioso, animato dalla certezza che non esiste differenza  tra un direttore di banda musicale e un grande direttore d’orchestra:  se si accetta di stringere la mano al diavolo, si è irrimediabilmente colpevoli.

Inutili appaiono, dinanzi alla rozza e violenta accusa condotta dal maggiore, le appassionate difese di Emmi Straube (interpretata dalla brava Roberta Catanese), giovane e deliziosa segretaria tedesca sostenuta dal dolce Tenente David Willis (un valido Luigi Nicotra), e di Tamara Sachs (una grande Liliana Randi), che testimonia la generosità di  Furtwangler nei confronti suoi e del marito ebreo.

Quando, dopo una lunga anticamera arriva in scena Stefano Santospago, con la sua intensa mimica e il suo recitar concentrato, sottolineati adeguatamente dalle musiche di Paolo Daniele, dà completa voce, nei panni del direttore d’orchestra a un significativo controcanto al maggiore americano, esprimendo tutte le sue ragioni: che sono le magiche ragioni dell’arte.

Saluto a braccio teso a Hitler? Assolutamente no, solo un cenno con la sua preziosa  bacchetta, mai celebrato un suo compleanno, mai rimasto nella Germania nazista per denaro. Unico obiettivo offrire l’unico conforto possibile nelle grandi sventure da parte di un musicista: quello dell’arte.

In effetti tutto il senso della piéce si compendia nella frase. “Finchè vivrà la musica di Beethoven, gli uomini saranno liberi”: Furtwangler non è colpevole, perché il suo dirigere è stato sempre un inno alla libertà. Fare della buona musica è stata l’unica lotta possibile, l’unica lecita dinanzi ai forni di Auschwitz.

A torto o a ragione? Questa storia così necessaria, che più volte chiama in causa la coscienza dello spettatore, lascia aperta la soluzione, inserendosi nel solco di un teatro civile di cui oggi più che mai c’è bisogno per dare linfa alla rappresentazione dell’eterna lotta tra il bene e il male.