22/07/2026

DON GIOVANNI – regia Carlo Sciaccaluga

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di Molière
Regia: Carlo Sciaccaluga
Assistente alla regia: Leonardo Nicolini
Traduzione: Edoardo Sanguineti
Interpreti: Simone Toni, Enzo Paci, Giorgia Coco, Federica Castellini e Francesca Osso
Scene e costumi a cura degli studenti dell’Accademia Ligustica di Belle arti: Arianna Roveri, Siria Siri, Olimpia Cecilia Tonini
con Matilde Grillo, Andrea Parodi, Virginia Serino, Giulia Servili
Luci: Aldo Mantovani
Produzione: Gli Incauti, Teatro Nazionale di Genova
Borgio Verezzi, Piazza S. Agostino, 8 luglio 2026 – Prima Nazionale

“Don Giovanni”, regia Carlo Sciaccaluga. Simone Toni (Don Giovanni) Federica Castellini e Francesca Osso. Foto Federico Pitto

Ho assistito, molti anni fa, all’allestimento al Teatro della Corte di Genova della tragicommedia del grande commediografo francese nella splendida traduzione di Edoardo Sanguineti (1930-2010) e con la bella regia di Marco Sciaccaluga (1953-2021) nella produzione della Compagnia diretta da Gabriele Lavia, interprete della parte di Don Giovanni e di Eros Pagni in quella del malizioso e pavido Sganarello. Questa sera ho visto con piacere l’originale spettacolo diretto con mano sicura da Carlo (classe 1987), figlio del compianto regista genovese. Della regia che debuttò il 18 ottobre 2000, è stata mantenuto il rigore ermeneutico e la continuità interpretativa, ma con interessanti differenze estetiche. Al giovane regista va riconosciuto il merito di aver diretto con assoluta bravura cinque attori in luogo dei quindici dell’allestimento sopra ricordato. Dei quindici interpreti della fortunata messinscena genovese resta solo Enzo Paci, allora nel ruolo di La Violetta, uno dei lacché del peccatore impenitente don Giovanni. Noto per avere interpretato il burbero vice-questore Bacigalupo in Blanca, l’attore, rende bene la parte di Sganarello. Interpretata per la prima volta da Molière, a Parigi la sera del 15 febbraio 1665 nella sala del Palais Royal, offrendo agli spettatori uno straordinario repertorio di lazzi stilistici e gestuali. La critica ha rilevato l’ambiguità di Sganarello: difende con ingenuità la religione contro l’ateismo del padrone; oppone alla negazione di don Giovanni una fede superstiziosa (crede al lupo mannaro e ai fantasmi), ottenendo così l’effetto opposto. Nella parte dell’altro co-protagonista si segnala l’ottimo Simone Toni, attore e regista classe 1980, vincitore nel 2020 del prestigioso premio Ivo Chiesa per la sezione Futuro del Teatro. Oltre ai due attori vanno segnalate tre giovani attrici chiamate a rendere con bravura i rimanenti ruoli maschili e femminili del testo. Giorgia Coco interpreta le parti di Elvira, la donna fatta uscire dal convento e poi abbandonata da don Giovanni; Maturina, la contadina cui il protagonista, dopo essere scampato a una tempesta marina, promette il matrimonio e La Violetta. Altrettanto felice è Federica Castellini nei ruoli di Gusmano, scudiero di Elvira; di Carlotta, la seconda contadina oggetto delle attenzioni del protagonista; di Don Alonso, fratello di Elvira; del mercante signor Domenica; Ragotino, il secondo lacché di don Giovanni. Molto convincenti sono pure le interpretazioni di Francesca Osso nei ruoli di Pierotto, promesso sposo di Carlotta; dello spadaccino la Rameée; di don Carlo, altro fratello di Elvira, aggredito da banditi e difeso da don Giovanni e di don Luigi, padre di don Giovanni che tenta inutilmente di far ravvedere il figlio. Le tre giovani attrici interpretano a turno anche le parti del Povero incontrato nella foresta e quella della Statua del commendatore ucciso sei mesi prima in duello da don Giovanni. La scene e i costumi sono curati dai ragazzi dell’Accademia Ligustica. L’ambientazione della vicenda in Sicilia è resa da un piano inclinato che taglia la scena. Il riferimento è una colata lavica. Le luci, pensate con Aldo Mantovani, tutte a incandescenza (quindi non a led come è ormai prassi), restituiscono una qualità di luce intensa e dura. Le luci fanno parte integrante della scenografia. Non a caso sono quasi tutte a vista e spesso dentro la scena. Le luci rappresentano non solo le forze sotterranee pronte a scatenarsi, ma anche la giustizia del cielo, la potenza dell’inferno e quella del desiderio. I costumi adottano una griglia marxista. I servi, incluso Sganarello, indossano tute blu da operaio, i padroni completi con giacca e pantaloni. A dispetto della produzione, meno ricca di quella del 2000, la pièce, proposta qui in prima nazionale, offre una stimolante occasione sperimentale che, a mio avviso, avrà successo sui palcoscenici italiani. Grande interesse presenta poi il linguaggio reso mirabilmente da Sanguineti, capace di evidenziare la presenza nell’originale della alternanza di scene da commedia nobile ed eroica (interventi di Elvira; incontro fra don Giovanni e i di lei fratelli; i due dialoghi con don Luigi; la tirata di don Giovanni sulla ipocrisia e la scena del mendicante), di momenti farseschi e di intrusioni all’italiana (pranzo del quarto atto e seconda scena di quello finale, la sequenza del signor Domenica) e le rusticane dei tre ingenui contadini che nell’originale utilizzano il rozzo patois della regione parigina, per di più storpiato nell’ortografia.
La adozione quasi integrale della traduzione di Sanguineti, salvo cambiamenti microscopici, è pensata appositamente per la rappresentazione teatrale, scritta come è in una vivace prosa ritmica. Sanguineti accosta il libertino ipocrita e cinico al marchese de Sade. Secondo il valente regista “Don Giovanni non è un dongiovanni”, pur seducendo e abbandonando una donna dopo l’altra, “Il senso ultimo del suo agire sembra dettato da una insopprimibile critica dei modi in cui l’umanità vede sé stessa, soprattutto in relazione a Dio”. Opportunamente il regista precisa che i due co-protagonisti pongono le domande fondamentali dell’essere umano. In effetti, afferma, la pièce offre una straordinaria raffigurazione del nostro inconscio, perché “in ciascuno di noi c’è veramente Don Giovanni, e il suo grande sogno di libertà”. Lo spettacolo, della durata di 2 ore e 15 minuti, compreso l’intervallo, è stato applaudito a più riprese dal numeroso e attento pubblico, affascinato dal fatto che il testo parla del conflitto etico e politico tra desiderio individuale e società, puntando non tanto sul soddisfacimento del desiderio carnale, quanto piuttosto sulla battaglia per la libertà di ragionare liberamente. Di qui la sua grande attualità.

Roberto Trovato