In teatro la storia del direttore d’orchestra del Fuhrer
Ersilia Dolci
– ©MessinaToday
– 22 febbraio 2025
Diretto da Giovanni Anfuso, lo spettacolo teatrale che narra la storica inchiesta su Wilhelm Furtwängler, accusato di avere collaborato col regime nazista. Una storia intrigante dal finale non scontato e dalla continua tensione.
Diretto da Giovanni Anfuso, lo spettacolo teatrale, andato in scena il 21 febbraio al Teatro Vittorio Emanuele di Messina (repliche il 23 e 24), è un riadattamento del dramma Taking Sides di Ronald Harwood. Narra la storica inchiesta del 1946 che ebbe luogo a Berlino, nella zona occupata dagli americani, su Wilhelm Furtwängler, uno fra i più grandi direttori d’orchestra del mondo, il quale, nel momento in cui Adolf Hitler prendeva il potere, scelse di continuare la propria carriera nella Germania del Fuhrer, al contrario di molti suoi colleghi che andarono in esilio: per questo motivo alla fine della guerra verrà accusato di avere collaborato con il regime nazista.
Una storia intrigante dal finale non scontato e dalla continua tensione, resa mutevole ed interessante dai dialoghi dei personaggi che entrano sul palco e vi ritornano, ad ogni quadro in crescendo emotivo e argomentativo.
Il testardo maggiore Steve Arnold (impersonato dal poliedrico e passionale Simone Toni), disgustato dagli orrori nazisti, non crede alle apparenze di innocenza e ingenuità del famoso direttore d’orchestra, Furtwängler (interpretato magistralmente da Stefano Santospago), il quale attraverso i racconti dei personaggi secondari appare in principio come un eroe che ha salvato molti musicisti ebrei, facendoli espatriare. Il Maggiore riesce testardamente a trovare prove della colpevolezza del talentuoso musicista; solo alla fine dello spettacolo, con sapiente meccanismo teatrale, Arnold vedrà di colpo svanire la certezza della propria univoca visione dei fatti.
Bravissimi gli attori non protagonisti, Giampiero Cicciò (secondo violino dell’orchestra), Liliana Randi (Tamara Zacks, testimone dell’eroismo del Maestro) Luigi Nicotra (aiutante del Maggiore) e Roberta Catanese, (la segretaria, figlia di un eroe antinazista), ognuno essenziale nello sviluppo dell’intreccio. La struttura dell’opera riecheggia le enigmatiche tragedie Sofoclee, (in particolare l’Edipo Re) il cui protagonista occupa il palco, dall’inizio alla fine dello spettacolo, carico di potenza emotiva (in questo caso il severo Maggiore americano), illuminato in controluce dal conflitto con il possente deuteragonista (il bersaglio dell’inchiesta, Furtwängler): a mano a mano che il dialogo fra i vari personaggi si dipana, il nodo, anziché risolversi, si stringe ancor di più, fino ai colpi di scena finali (che non sveliamo) nei quali ogni maschera si mostrerà nelle proprie prismatiche complessità, illuminando la fluidità dell’enigma.
Geniale ed assai curata la scelta della scenografia, aristotelicamente fissa per tutto lo spettacolo, caratterizzata dalla presenza di scatole, tele e statue velate ai lati del palco, con al centro sullo sfondo un unico soggetto in prospettiva: un Sebastiano martire, metafora del dramma dell’Olocausto. La fissità iconografica, in simbiosi con l’ossessiva inchiesta del Maggiore contro Furtwängler, contribuisce a focalizzare la profonda rabbia di Arnold che, perseguitato dagli incubi degli orrori visti nei lager, rimprovera al Maestro: “In che modo si può mettere a confronto la musica con l’odore dei corpi bruciati del campo di sterminio di Bergen-Belsen?”.
Il pubblico si chiede all’unisono con gli attori: c’è correità nel non fare, nel non opporsi, nel non andar via?
Il leit-motiv del sottofondo musicale al grammofono di brani di Beethoven, non graditi dal Maggiore, lega ad intermittenza lo spettatore al valore spirituale dell’estetica musicale di Furtwängler, spostando l’attenzione dello spettatore lontano dalla fragilità dell’uomo.
Il contrappunto tragico fra i due personaggi principali lascia volutamente irrisolti molti interrogativi: può la politica fare a meno dell’Arte? Può l’Arte fare a meno della politica? Che valore etico ha la Musica?
Una via di senso viene indicata da un piccolo dettaglio della scenografia, che cambia soltanto alla fine dello spettacolo, dopo i rivolgimenti conclusivi: il quadro con San Sebastiano viene sostituito in modo catartico, come un deus ex machina, dall’immagine di un bosco, un locus amoenus in cui Furtwängler con aria distaccata inizia a dirigere una musica lontana, assoluta, che a tutti sfugge, ma di cui nessuno può fare a meno.
Il pubblico entusiasta ha tributato applausi scroscianti a tutta la compagnia, in special modo ai due eccezionali attori protagonisti. A torto o a ragione può essere definito teatro di qualità, il cui scopo è interrogare l’uomo, la storia, per aprire nuovi orizzonti di senso sul mondo.
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“A torto o a ragione”: può la Bellezza convivere con l’orrore? In teatro la storia del direttore d’orchestra del Fuhrer
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