05/05/2013

“Peer Gynt”, viaggio alla scoperta di se stessi

Peer Gynt di Henrik Ibsen, regia di Guido De Monticelli, prodotto dal Teatro Stabile della Sardegna (2013)

La nuova Sardegna
di Roberta Sanna
(5 maggio 2013)

CAGLIARI. Si vola e si plana, al 2° festival della filosofia, tra dialoghi su identità, verità e finzione e sul dorso di una renna con “Peer Gynt”, protagonista del capolavoro di Ibsen che l’allestimento del Teatro di Sardegna con la regia di Guido De Monticelli, invitando ad un viaggio nel testo, intitola “Peer: storia di un ladro di storie”. Il felice debutto nella prima serata di venerdì si collega in pieno con il tema di questa mattina (ore 11), “La ghianda e la cipolla. Dialogo sull’identità personale”. Roberta De Monticelli e Pierluigi Lecis prendono le mosse dall’immagine dell’anima che si sfoglia come una cipolla, tratta dal Peer Gynt, posta a confronto con l’idea di James Hillman della ghianda come nucleo totipotente della futura quercia. Proprio con quel racconto del volo sulla renna, rubato ad altre finzioni, ci si presenta sin dall’inizio la personalità dell’adolescente bugiardo e inquieto Peer.

Qui ha l’anelito e la perizia scenica del giovane e già quotato Simone Toni, e Aase, la madre, la rude premura e i ritmi perfetti di Lia Careddu, lui con impulsi acrobatici e lei da quell’energia spronata si muovono sul percorso scenico ad arrampicata, sistema di passerelle e cordami, riuscito progetto degli studenti d’architettura dell’ateneo cagliaritano, cui fa da sfondo lo sfumare dall’arancio al celeste di cieli nordici. Una scena che somiglia e promette di farsi nave, anticipando i futuri viaggi, pronti per un secondo allestimento, del Peer maturo, che in questo lasceremo ancora sulla soglia, nel momento della morte della madre, giocata sul finale nella bella scena di una fantastica corsa in carrozza, doppia e dolce finzione del gioco infantile e simbolismo del parto.

Ma intanto c’è da godersi il viaggio, l’avventura del sé e del “se fosse” di questo furfantello agile di mano e d’anca, imberbe dongiovanni lesto a sfilarsi da relazioni o più gravosi impegni. Non a caso proprio da chi gli tocca l’anima, Solvejg, e solo in apparenza lo sfugge, si sottrarrà più a lungo. Condotto da fantasie e possibilità si getta invece in prove spericolate e voluttuose in mondi sconosciuti, che ancorché fiabesche non è difficile accostare al rischio esperienziale, sale di crescita d’ogni gioventù. Ha un tocco strehleriano in certi colori e ariose rarefazioni – come le apparizioni di Solveig, perfetta in figura e azione grazie a Sara Zanobbio – questo allestimento – in scena ancora oggi alle 19 e domani alle 21 – che si ispessisce in certi punti che par d’intendere più di raccordo.

Felici pure le scene che portano il frullio di gioventù (ragazzi e ragazze dei laboratori di filosofia per serrare il legame col teatro), i climi di miti nordici con accenni coreografici di troll, gnomi e coboldi in un tripudio di costumi (li firma Adriana Geraldo), e da citare in bene le prove di Isella Orchis e Cesare Saliu, Mariagrazia Bodio, Paolo Meloni.

Articolo originale

nuova sardegna, peer.pdf